Diritto Penale Agroalimentare

Diritto penale alimentare: come evitare frodi green, segni mendaci e rischi per il Made in Italy

A cure dell’Avv. Diego De Paolis

Il diritto penale alimentare assume oggi un ruolo centrale nella tutela del Made in Italy, nella prevenzione delle frodi green e nel contrasto ai segni mendaci che possono ingannare il consumatore e alterare la concorrenza nel settore agroalimentare.

La reputazione di un prodotto non si costruisce più soltanto sulla qualità intrinseca, sulla tradizione o sull’origine territoriale: passa anche attraverso ciò che viene comunicato al mercato.

Sostenibilità, naturalità, filiera corta, biologico, origine italiana, denominazioni protette e riduzione dell’impatto ambientale sono oggi leve decisive nelle scelte di acquisto. Tuttavia, quando queste indicazioni non sono corrette, verificabili o coerenti con la documentazione aziendale, possono trasformarsi in frodi green, greenwashing alimentare o uso di segni mendaci.

In questo scenario, etichette alimentari, claim ambientali, immagini evocative, riferimenti all’italianità e contenuti digitali non sono più semplici strumenti di marketing. Possono diventare elementi rilevanti per valutare responsabilità penali, pratiche commerciali scorrette e rischi reputazionali per imprese alimentari, consorzi, importatori, esportatori, GDO, ristorazione, produttori agricoli ed e-commerce.

Il Made in Italy alimentare è un patrimonio economico, culturale e identitario. La sua forza risiede nella capacità di evocare qualità, sicurezza, tradizione produttiva e legame con il territorio. Proprio per questo è anche uno dei settori maggiormente esposti a condotte abusive: contraffazioni, evocazioni ingannevoli, utilizzo improprio di denominazioni geografiche, riferimenti all’italianità non supportati da elementi reali.

La tutela penale interviene quando la comunicazione del prodotto supera la soglia della semplice irregolarità e diventa idonea a ingannare il consumatore o ad alterare la concorrenza. Non conta soltanto ciò che il prodotto è, ma anche ciò che il mercato è indotto a credere che sia.

Per le imprese della filiera alimentare, ciò significa che origine, provenienza, qualità, composizione, certificazioni e caratteristiche ambientali devono essere verificabili e coerenti lungo tutta la catena: produzione, confezionamento, documentazione commerciale, trasporto, deposito, vendita fisica e vendita online.

Nel settore alimentare i claim ambientali sono sempre più diffusi: “green”, “eco”, “sostenibile”, “a basso impatto”, “carbon neutral”, “naturale”, “amico dell’ambiente”. Espressioni di questo tipo possono orientare in modo significativo le scelte di acquisto, soprattutto quando il consumatore associa il prodotto a un modello produttivo più responsabile.

Il problema nasce quando tali dichiarazioni sono generiche, non documentate o non corrispondenti alla realtà. In questi casi si parla comunemente di greenwashing alimentare: una comunicazione che attribuisce al prodotto, al processo produttivo o all’impresa qualità ambientali inesistenti, parziali o non dimostrabili.

Nel comparto agroalimentare il rischio è particolarmente sensibile, perché la sostenibilità può intrecciarsi con ulteriori profili: origine delle materie prime, metodo di produzione, certificazioni biologiche, packaging, filiera corta, emissioni, benessere animale, uso di risorse idriche, pratiche agricole e logistica.

Un claim ambientale efficace non deve essere soltanto suggestivo: deve essere preciso, comprensibile e supportato da evidenze. La sostenibilità, se comunicata senza basi oggettive, può trasformarsi da elemento reputazionale a fattore di contestazione.

I segni mendaci sono nomi, marchi, simboli, immagini, espressioni o indicazioni capaci di indurre in errore il consumatore sull’origine, la provenienza, la qualità o le caratteristiche del prodotto alimentare. Non è sempre necessaria una contraffazione in senso stretto: può essere sufficiente una rappresentazione complessiva idonea a generare confusione.

Nel settore alimentare, il mendacio può manifestarsi in molte forme: l’uso di colori, bandiere, paesaggi o denominazioni che richiamano l’Italia senza un reale collegamento produttivo; riferimenti territoriali non veritieri; evocazioni improprie di DOP, IGP o biologico; diciture sull’origine delle materie prime non coerenti con la documentazione; presentazioni online difformi dall’etichetta o dalla scheda tecnica.

Il punto centrale è l’effetto comunicativo complessivo. Anche quando ogni singola dicitura appare formalmente neutra, l’insieme di packaging, grafica, testi promozionali, schede prodotto, cataloghi e contenuti digitali può determinare una percezione ingannevole.

Le recenti novità normative hanno rafforzato la tutela penale dei prodotti agroalimentari italiani, introducendo un sistema più specifico per reprimere frodi alimentari, commercio con segni mendaci, contraffazioni di denominazioni protette, false indicazioni di origine e pratiche organizzate di agropirateria.

La direzione è chiara: non attendere necessariamente che il prodotto arrivi al consumatore finale, ma consentire interventi anche nelle fasi intermedie della filiera, come importazione, esportazione, trasporto, deposito, stoccaggio, distribuzione e vendita tramite strumenti digitali.

Questo ampliamento è particolarmente rilevante per operatori import-export, piattaforme e-commerce, distributori, intermediari, consorzi, produttori e imprese che commercializzano prodotti destinati alla grande distribuzione o ai mercati esteri. La responsabilità può emergere non solo nella fase di vendita diretta, ma anche nella gestione documentale, logistica e promozionale del prodotto.

Parallelamente, i controlli tendono a essere sempre più integrati: verifiche sull’etichettatura, controlli di tracciabilità, analisi documentale, monitoraggio dei canali online, accertamenti doganali, attività degli organismi di controllo e interventi delle autorità competenti in materia di pratiche commerciali scorrette. 

In un contesto così articolato, la prevenzione assume un ruolo decisivo. La tutela del Made in Italy non passa soltanto dalla reazione alle contestazioni, ma dalla capacità dell’impresa di costruire procedure interne solide e documentabili.

Un primo livello di presidio riguarda la coerenza tra prodotto e comunicazione. Le informazioni riportate in etichetta, nei materiali pubblicitari, nei siti web, nelle schede tecniche, nei contratti di fornitura e nei documenti di trasporto devono essere allineate e supportate da prove adeguate.

Un secondo livello riguarda la tracciabilità. Origine delle materie prime, passaggi di filiera, certificazioni, controlli qualità e dichiarazioni dei fornitori devono essere gestiti in modo ordinato, aggiornato e facilmente ricostruibile in caso di verifica.

Un terzo profilo riguarda i claim ambientali e di sostenibilità. Ogni affermazione deve essere specifica, proporzionata e dimostrabile: non basta utilizzare parole evocative, occorre poter spiegare a cosa si riferiscono, su quali dati si fondano e quali limiti eventualmente presentano.

Infine, per le imprese strutturate, assume rilievo anche l’aggiornamento dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interni, specialmente quando i nuovi reati agroalimentari possono incidere sul perimetro della responsabilità amministrativa degli enti.

Le vendite online e i marketplace amplificano il rischio di comunicazioni non controllate. Descrizioni prodotto, immagini, traduzioni automatiche, badge grafici, recensioni valorizzate e schede commerciali possono generare messaggi diversi da quelli formalmente approvati dall’azienda.

Anche l’export richiede particolare attenzione. Nei mercati esteri, la forza evocativa dell’italianità può diventare un elemento promozionale molto potente, ma deve essere gestita con rigore: traduzioni, adattamenti grafici, descrizioni commerciali e documenti doganali devono restare coerenti con l’effettiva origine e composizione del prodotto.

La grande distribuzione, dal canto suo, impone standard elevati e controlli documentali frequenti. Una contestazione su origine, qualità, certificazione o sostenibilità può avere effetti che vanno oltre il singolo procedimento: ritiro del prodotto, danno reputazionale, blocco delle forniture, perdita di rapporti commerciali e incremento delle verifiche interne.

Per ridurre il rischio penale alimentare, le imprese dovrebbero adottare un approccio integrato. Non è sufficiente verificare l’etichetta alimentare al momento del lancio del prodotto: è necessario monitorare nel tempo l’intero ecosistema comunicativo e documentale.

  • Verificare preventivamente etichette, claim, immagini, denominazioni e schede prodotto.
  • Conservare evidenze documentali a supporto di origine, qualità, certificazioni e sostenibilità.
  • Allineare marketing, ufficio legale, qualità, export e commerciale.
  • Controllare i contenuti pubblicati su siti web, e-commerce, marketplace e materiali promozionali.
  • Gestire con attenzione i rapporti con fornitori, distributori e intermediari.
  • Aggiornare procedure interne e modelli organizzativi quando necessario.

La prevenzione non deve essere percepita come un freno alla comunicazione commerciale, ma come uno strumento per valorizzare correttamente ciò che l’impresa è realmente in grado di dimostrare. Nel settore alimentare, credibilità e conformità procedono insieme.

Le frodi “green”, i segni mendaci e le false evocazioni del Made in Italy rappresentano oggi una delle principali sfide per il diritto penale alimentare. La comunicazione del prodotto non è più un ambito separato dalla responsabilità giuridica dell’impresa: al contrario, è uno dei luoghi in cui il rischio può nascere e manifestarsi con maggiore rapidità.

Per gli operatori della filiera agroalimentare, tutelare il Made in Italy significa dunque proteggere il valore del prodotto attraverso trasparenza, tracciabilità e coerenza. La qualità deve essere non solo dichiarata, ma anche provata; la sostenibilità non solo comunicata, ma documentata; l’origine non solo evocata, ma verificabile.

In un mercato sempre più attento e in un quadro normativo più rigoroso, la vera forza competitiva delle imprese alimentari non risiede nella promessa più suggestiva, ma nella capacità di trasformare autenticità, controllo e correttezza informativa in elementi distintivi e duraturi.

Le imprese della filiera agroalimentare devono oggi confrontarsi con un quadro normativo sempre più complesso in materia di etichettatura, sostenibilità, tracciabilità e tutela dell’origine dei prodotti.

Come ridurre il rischio penale nel settore alimentare

Lo Studio DP & Associati assiste aziende agricole, produttori, esportatori, operatori della GDO e imprese alimentari nella prevenzione del rischio penale e nella gestione delle contestazioni in materia agroalimentare.

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